Notavo come negli ultimi tempi si sia finito con lo scrivere a senso unico d’uno “psicopatico che ti fa solo battere un po’ di più il cuore” (la definizione è di Gines e direi che, per certi versi, è meravigliosamente calzante).
Mentre invece proprio in questo periodo ho riflettuto su alcuni punti per me assai scontati ma che personaggi altamente tricotici ritengono siano degni di pubblicazione (benché credo possano apparire inquietanti).
Tipo che mia mamma, poco prima di partorirmi, sognò Papa Wojtyla (nominato da poco) e gli chiese non di farmi nascere sana o mediamente intelligente o qualsiasi cosa si auguri un genitore normale, no… pregò che fossi bionda con gli occhi chiari. E Papa Karol, che era persona evidentemente gentile e propensa ad accondiscendere, promise in sogno d’accontentarla.. purché poi la fanciulla portasse il suo nome. Così, un giovedì di dicembre alle 6 del mattino una bimba bionda e occhioazzurrata fu spedita di filato nell’incubatrice.. ma siccome già da tempo si meditava per lei un nome un po’ particolare, Wojtyla dovette accontentarsi di Carlotta in seconda posizione.
Mentre la filodiffusione dell’ospedale mandava Lugano addio. Amen e così sia.
Parlando sotto ponte Cestio ricordavo anche come da piccola mi fossi fissata di volermi fare suora. E mica suora qualunque: clarissa francescana. Quindi per seguire quest’ispirata, altissima vocazione della mia esistenza avevo deciso di abituarmi al rigore monastico già in tenera età e giravo per casa col capo coperto da un asciugamani bianco, tenuto da una molletta per bucato rigorosamente di legno; così pure, un altro asciugamani mi cingeva la vita, coprendo i miei abiti mondani. Poi a 10 anni mi sono innamorata di Paul McCartney e il monachesimo andò a puttane.
Ed io che ridevo dell’immagine della Tempesta che brandisce la spada sul cavallo a dondolo imitando la Stella della Senna.. che peraltro ai miei tempi giudicavo troppo poco vestita per essere una persona seria.. e adesso manca poco che ci somigli, basco compreso.

Ancora, a caso:
- Bella senz’anima, che è il pezzo che mi ritrovo a cantare per non saper che fare almeno un paio di volte al giorno, tutti i giorni, senza nemmeno accorgermene; benché conosca solo il punto che fa Povero diavolo, che pena mi faaaaaaa, e quando a letto lui ti chiederà di più glielo concederaaaaaaai perché tu fai cosìììììììì;
- Tiny dancer che verrà suonata al mio matrimonio, nel caso in cui, rasentando l’utopia, dovessi cambiare idea circa questa istituzione e infilarmi in un bustino bianco senza bretelline e presentarmi davanti ad un altare;
- mangiare la crema di riso Plasmon, a colazione o dopo cena;
- l’antipatia per i numeri pari;
- il mancinismo imperante e la mano destra usata solo per scrivere;
- l’abitudine di parlare e canticchiare al contrario tra me e me;
- il desiderio da piccola, sedato al fulmicotone da mia madre, di suonare la batteria;
- la mania di raccattare penne, blocchetti e qualsiasi altra cazzata distribuita dagli informatori scientifici del farmaco;
- la capacità di addormentarmi in qualsiasi situazione, in mezzo a gente che parla o con luci puntate in faccia;
- quella volta in cui, per poter mettere una cintura che monsieur aveva distrutto e lasciato per ricordo a casa mia, le ho fatto il buco con la testina dello spazzolino elettrico (sullo sfondo tratteggerei mia sorella che urla “Ma tu non sei normaleeeee”);
- l'abitudine di dire che qualcosa che ha comprato mia sorella è orribile e poi fare il diavolo a quattro per indossarla.