Porto un paio di calzettoni a fasce, di un mucchio di colori diversi. Sono molto lunghi, quasi quanto un paio di parigine, ed hanno la punta strana.. cioé, hanno uno spazio per ogni dito, come un guanto. E non ricordo assolutamente chi me le abbia regalate. Un regalo recente, ma davvero non riesco a ricordarmi di chi e mi dispiace.
Ho ripreso Pessoa.. senza averlo forse mai abbandonato: alcuni versi li frequento nella memoria ogni giorno, ché tanto assomigliano ai miei pensieri.
E Lisbona vorrei respirarla. Ci sono infiniti posti nel mondo che non conosco, che non ho visitato fino ad oggi.. ma Lisbona ha un altro senso. Quel retrogusto di fado che è la nota di fondo del mio essere.
E pensavo proprio in questi giorni a quegli infiniti posti. Alle città che ho realmente vissuto nella quotidianità.. nella spesa, nel pagare le bollette, nel viaggiare pigiata nel tram. Ma anche che avrei voluto vedere strade e palazzi e scorci diversi di cielo con la persona che amavo. E non è mai successo, per una serie infinita e crudele di motivi. Mi sembra d’aver congelato, sì, congelato è il termine esatto, la mia vita per tanto tempo.. in un’attesa di… che non s’è mai esaudita. Ho atteso, per anni, che certe cose cambiassero: una fiducia incrollabile e delusa in una felicità che, ne ero certa, col tempo sarebbe arrivata cancellando le ombre. Meravigliosamente amplificata da quelle ombre, ormai superate.
Non è un caso, ora credo, che, appena finito quell’amore, in capo a due giorni lui sia volato a Barcellona.
E non è un caso che dopo anni ricompaia adesso, mentre cammino piano piano, con paura, su una strada che definire discontinua è un delirio d’ottimismo. Ma che mi fa felice tanto da lasciarmi senza parole.. e molto di più vorrei parlare e raccontare e raccontarmi, e poi l’emozione mi rincretinisce.
Tante cose, mi accorgo, m’influenzano ancora e mi spaventano, nell’abbracciare l’uomo che oggi riempie i miei occhi, mentre scivola piano nel sonno.
E’giusto portare il peso del fallimento di un amore, soprattutto quando si disegnava la propria vita assieme, presente e futura. Quando avevi un bassett-hound di nome Pigro e tua figlia già si chiamava Giulia e si lavava il viso con l’acqua fredda esclamando ‘Eccoci qua’, come il papà.
Un amore sciupato, giocato male, accartocciato, perfino ucciso ci resta nei gesti e nelle emozioni per sempre.
Non ho mai saputo quale fosse la mia, nel noto sistema delle due velocità: qualunque essa fosse, oggi è sensibilmente diminuita. La spavalderia e la forza caparbia hanno lasciato spazio al riaffiorare di paure che pensavo, speravo dimenticate. E vorrei che l’emozione della sua pelle sulla mia fosse più forte di tutto questo.
Ecco ciò che intendo quando dico che i giorni passati ad esser triste non me li darà indietro più nessuno: però mi sono serviti tutti, uno per uno, a capire che non voglio perdere altri sorrisi.
Voglio avere fiducia e tendere le labbra all’insù.
E semmai dovessi passare da queste parti, da questo diario lasciato aperto sul tavolo, come dici tu.. sì, questi pensieri sono proprio per te, monsieur.
In questi giorni difficili casa di Gines è stata invasa dai parenti festanti di una prossima laureanda. Tanti, chiassosissimi e mangioni. Il mio umore altalenante ne ha tratto, a momenti, un gran beneficio: sedermi a cena con loro m’ha fatto sentire un po’ a casa, anche se non capivo granché del loro dialetto e finivo col rispondere con ampi sorrisi alle domande e, soprattutto, alle proposte di bis di ogni piatto. Tanto sugo, tanta salsiccia, infinita cicoria.. mentre Mario continuava a propormi di andare da lui con una voce -secondo lui- seduttiva ed io a negarmi sempre più leziosa. Piacere che s’aggiunge a piacere.
E c’era un bimbo, che cammina ma ancora non parla, attaccato tutta sera alla mia gonna. Che mi teneva la mano e mi offriva il telecomando come estremo pegno della sua fiducia in me; e ci rimaneva un po’ male perché voleva venirmi in braccio ma io ne avevo paura, non ne sono capace.
Poi ha messo un piede in fallo come solo un bimbo può fare e, prima che si schiantasse di testa contro il forno acceso, ho messo la mia mano tra lui ed il vetro bollente, nel silenzio di tutti.
“Tu sei già mamma, eh?”, con un sorriso, la mamma del bimbo.
Stringendo al cuore questo pensiero, più tardi, ho acceso la tv e mi sono addormentata piano piano.
Si può desiderare con così tanto amore un bambino quando si ha ancora così bisogno della propria, di mamma? Si possono provare dei sentimenti così profondi e maturi per un uomo che non può amarci? Quando Pippo Baudo smetterà di chiamare Yaris il figlio di Albano? Quando arriverà il mio prossimo stipendio? L’uomo della mia vita, che sta notoriamente arrivando a piedi dall’Australia, sarà giunto per lo meno agli Urali? E quando giungerà, sarò accusata di tentato omicidio per essergli saltata al collo brandendo una clava ed urlando “Dove minchia eri finito???”?
Ecco, questo potrebbe essere un ottimo titolo per il mio film autobiografico.
Tisini.. prendi nota, plis.
Buonassera.
Un tardo, freddo pomeriggio di domenica, m'inerpico sul clivo nel semibuio.
Busso, mi aprono..
figura nera, magra, che nella voce non ha nulla d’oltreoceano ma tutto di Trastevere.
Mi piace.
'Oh, sei tu.. bella, entra'
'Ohi ciao.. dormito nemmeno stanotte, eh?'
Sorrisi e abbracci.
Si spalanca la porta.
Eccolo là, seduto di fronte a me.
Piacere io sono, piacere tu sei.
Pronuncio il mio nome,
lui - faccia da film -, lo ripete seguito da un ‘Ah, finalmente!'
Occhiata in tralice.
Io che avevo smesso di stupirmi della mia vita. Avevo.
Dalla stanza accanto fluiscono altre persone, altri saluti, altri baci
e in un momento ritornano tutti dov’erano, dietro la porta pesante e scura.
‘.. e rimaniamo soli’, dico.
Lungo discorso. Metafore, sottintesi, ancora ampi sorrisi che fioriscono qua e là.
Invio un sms: la condivisione delle emozioni, primaditutto.
Una carezza sulla testa: ‘Mi raccomando’, mi dice.
E torniamo nella sera scura.
'A presto'.
L'Oscar per la sceneggiatura, siori, l'Oscar.

Lo so che sembra strano.
Ma felice come in questi giorni, negli ultimi due anni, non sono stata mai.
Anche se gli ostacoli sono ancora enormi.
Anche se tra volere e potere c'è un abisso scuro.
Nulla che il sorriso di un bambino non possa rischiarare.

Una moltitudine di colori nella penombra, caleidoscopio d’argento da cui riparte la vita. Così lascio che lui molli i miei ormeggi e che la speranza sospesa finalmente esploda e bruci al nuovo varo. Anche se ignoro per quanto sarà mio compagno di viaggio, anche se so che farà male, anzi peggio. Perché quest’uomo prende alla testa.
Non è il figlio di puttana che ti sceglie accessorio della sua vita, non l’uomo timido che si sente ragazzo nonostante il 3.. sulla torta di compleanno, o la meraviglia che schiude le palpebre con un bacio leggero. E’ tutto questo mescolato, fuso, plasmato. Più quelle tre o quattro cose idiote in sé che riverberano pressoché inalterate, sempre più perfezionate, nel mio orizzonte da 27 anni. Labile ed incontrollabile per definizione. E di cui qualsiasi giro precedente deficitava.
Se tutto va bene siamo fottuti, direbbe Danio.
Fu l’autrier ca’ t’agg ‘ncuntrat, fu l’autrier a Tuled ‘gnorsì
E hai voglia a parlare di sovrastrutture ideologiche e atarassica apatia.
A dire che dagli errori della vita si deve imparare. Sì, ma se l’errore è godere allora nella vita si deve imparare a godere.
La verità vera è che non c’è sillogismo che tenga la pelle morbida e il fare sornione (sorrido) di quest’uomo, che mi tiene occhi attaccati agli occhi eppure ha dita che scivolano e s’introducono in me con dolcezza, labbra che assaggiano la schiena di palpiti, che vibrano parole affatto ingenue ad accrescermi pensieri così torbidi da non vederne il fondo. Mica la prima volta. Solo che ora tra scrosci di carezze e braccia che mi prendono con forza, nella schiena mi striscia la percezione, disarmante e fulminea, di star facendo l’amore con me stessa. E quei desideri, quelle voglie appena accennati sono tra noi così simili, così dannatamente speculari nella loro perversione da sentire che si arriverà molto lontano, assieme. Che si andrà al di là del temuto, benpensante oltre.
In automedicazione la posologia è silenzio, silenzio, silenzio.
Ammesso che ne voglia guarire, dico io. Dato per certo che me ne voglia salvare.
In fondo pare che il veleno parcellizzato s’insinui sottopelle con meno danno e, forse, meno dolore…
Invece le ore strappate alla vita si sciolgono e gocciolano via, mentre stupide rondini salutano l’alba.
Ma alle porte della notte il giorno non doveva bloccarsi?
Vatti a fidare delle canzoni.
E di chi tesse tappeti di note, aggiungerei
Io non ti conosco,
io non so chi sei
so che..
