Sempre, quando s’appressa il 30 d’ottobre, ripenso al nostro incontro. È il nostro anniversario personale, un ricordo stretto tra me e Roma.. che sussurriamo tra noi, arrossendo, quando i giorni s’accorciano e scivolano rapidi nell’autunno.
Quella sera non sapevo di star voltando pagina: il libro della vita è scritto tutto in continuum e non è dato conoscere il termine dei capitoli. Così, la volta in cui ci diciamo 'addio' non è l’ultima in cui c’incontreremo; e, forse, all’abbraccio scambiato al mattino con la promessa di rivedersi, mentre la sveglia suona Norwegianwood, non ne seguiranno altri: è non saperlo che rende, a posteriori, più cupo il dolore dell’ultimo scambio di sguardi.
Quella sera arrivavo da Milano, sorridente d’una vita pienissima e felice che piano piano fioriva a porta Romana. E nel ricordo c’è la piccola Gines, felice accanto ad un cartellone arancione del Messaggero. La prima corsa sul 5 su via Prenestina e la signora che a Porta Maggiore mi racconta orgogliosa della tomba del fornaio Eurisace. La sera tiepida a piazza Vittorio, prima sequenza del lungo film cui i suoi portici fanno ancora da sfondo.
È qui che io e Roma ci siamo amate di più; e tirate i capelli, prese anche a schiaffi. E poi riabbracciate. Qui le ho detto d’amarla. Di notte, cullate da una ninna nanna, illuminate da tre quarti di luna. E qui le ho urlato d’odiarla e volerla lasciare. Mentre lei faceva venir giù quella pioggia sottile, infingarda, dal suono leggero e profondo insieme. Ieri, come oggi.
Picchiettando sui sampietrini, scorrendo sulle foglie degli alberi, disegnando cerchi nelle piccole pozze sull’asfalto, s’insinua nella mia corazza e filtra nell’intercapedine delle porte del cuore. Lava via il rancore, mi riconquista. Ancora, m’innamora.
Fino alla prossima notte. E poi, di nuovo, il sole.